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    "LiberaMente Silanus"

Su Lamentu de Su Pastore

Ero un giovane studente dell’Agrario di Nuoro nel 1977/78 quando ebbi il primo contatto con le lotte e gli scioperi per il prezzo del latte. La colonna sonora di quegli anni era “Su lamentu de su pastore” del Gruppo Rubanu. Una musicassetta dove ogni brano era un inno alla rivolta contro l’occupazione militare, la lotta contro l’imperialismo e le vertenze contro gli industriali che lucravano sui prodotti della nostra terra, principalmente il latte. Insomma la rivendicazione per un’equa remunerazione dei nostri prodotti è una cosa molto antica, iniziata già all’indomani dell’insediamento dei primi grandi caseifici oltre un secolo fa.

Anche stamattina ho fatto un salto al bivio di Silanus dove i pastori hanno replicato il rito del rovesciamento del latte per terra, un gesto talmente estremo che ormai non può lasciare indifferente nessuno. Non so più con quante di queste lotte ho solidarizzato negli ultimi anni, dai pastori, ai cerealicoltori, ai bieticoltori, ai coltivatori di pomodori e carciofi, ai serricoltori strozzati dai mutui, ai produttori di Arborea contro le trivelle della Saras, fino ai pastori malmenati dalla polizia in Italia.

A tal proposito, ricordo sempre il dispiacere che provai nel portare in consiglio comunale un documento di solidarietà e condanna per la violenza subita dai pastori, nel vedermelo bocciare all’unanimità da tutto il consiglio comunale, con motivazioni grottesche.

Fu un piccolo episodio sicuramente marginale, ma che dimostra quanto sia difficile unire i sardi nelle battaglie che contano davvero, quanto ancora contino gli egoismi e i piccoli interessi di bottega sugli interessi generali, quanto la soddisfazione per una piccola conquista ci porti all’indifferenza sulle difficoltà degli altri.

La prima domanda – retorica – che pongo sempre ai miei amici pastori è: dove sta il Consorzio di Tutela del Pecorino Romano? Perché non è qui con voi a tutelarvi e a sostenervi?

Il busillis del problema sta proprio nel nome di questo prodotto e nella circostanza che di fatto determini e calmieri il prezzo del latte. Non ne faccio un discorso di qualità o di apprezzamento di questo formaggio, ma semplicemente economico, visto che basta osservare il livello di prezzo che questo prodotto spunta e le sue oscillazioni tra i 4,5 e i 7 euro al kg per capire che non potrà mai remunerare degnamente e dignitosamente il latte che i nostri pastori producono, impossibile guadagnare, al massimo si potranno pagare le spese quando il mercato tira.

Mi chiedo a cosa serva un Consorzio di Tutela se la sua influenza nel determinare il prezzo è pressoché nulla, ma si limita a tutelare la denominazione del prodotto da possibili imitazioni di produttori terzi.

Sarebbe come istituire un consorzio di tutela per un vino da 2 euro al litro, quando altri vendono vino a 8-10-30 euro al litro, dunque una cosa priva di senso.

Tanto vale vendere direttamente il latte al miglior offerente sul mercato, come ogni tanto qualcuno propone.

Gli unici che guadagnano grazie alle enormi economie di scala sono gli industriali del Pecorino Romano, per loro bastano infatti anche margini di pochi centesimi al kg per portare a casa guadagni enormi, non a caso i più grossi si stanno preparando a de-localizzare nel caso i pastori sardi smettano di fornirgli la materia prima o alzino troppo le pretese.

Un altro paradosso della faccenda è che dentro lo stesso consorzio stiano gli industriali privati, grandi e piccoli, che ovviamente hanno lo scopo del guadagno e le cooperative dei pastori che hanno come scopo il mutuo sostegno tra i soci.

La situazione è però talmente incancrenita che è impossibile uscirne, mentre i privati possono tranquillamente vivere senza le cooperative, le cooperative spesso hanno bisogno dei privati per smaltire le eccedenze o esportare il prodotto sui certi mercati esteri.

Se consideriamo poi che i più grossi industriali hanno entrature pesanti nel sistema creditizio isolano e direttamente o indirettamente possono influire sul finanziamento dei soggetti più deboli della catena, si capisce meglio l’abbraccio mortale che lega cooperative e grandi industriali.

Non a caso quando il Pubblico, Stato o Regione, interviene, non lo fa integrando il prezzo del latte o regalando soldi alle aziende agricole (questo non si potrà più fare), lo fa acquistando un certa quantità di prodotto invenduto dai magazzini degli industriali e destinandola a sfamare i poveri.

La soluzione non è facile, ma non è nemmeno ipotizzabile riproporre per un altri cento anni, ciò che si è fatto nell’ultimo secolo.

Primo. È evidente e questo è un problema politico, che i sardi attendano aiuto dalla politica agraria italiana, non è mai accaduto in passato e potrà accadere ancor meno in futuro. La soluzione ai problemi dell’agricoltura sarda devono trovarla i sardi in Sardegna. Non esistono benefattori all’orizzonte e tanto meno a Roma. I pastori ed in genere tutti i produttori sardi devono avere “Consorzi” che tutelino i loro interessi e le loro eccellenze, non le commodities che chiunque può riprodurre ovunque a costi più bassi. Occorre pertanto avere il coraggio di abbandonare quei prodotti che per caratteristiche intrinseche non riescono a garantire il reddito. Bisogna interpellare la politica non (solo) per avere un sussidio nelle annate più nere, ma per pagare e governare la riconversione produttiva in maniera strutturale.

Facile a dirsi ma non a farsi finché i potentati economici freneranno il processo per mantenere lo status quo, occupando le poltrone della politica. In ogni caso: “miseru s’anzone chi isetat late da su mariane”.

Secondo. Anticipare i tempi del cambiamento e non subirli. Nell’immaginario collettivo che poi è diventato tradizione, è ormai assodato che i sardi siano stati sempre e solo allevatori di pecore, ma questo è vero solo in parte, per non dire quasi falso. Il patrimonio ovino è cresciuto a dismisura solo per effetto del Pecorino Romano, quindi da cento anni a questa parte, l’incremento del numero delle pecore è avvenuto a discapito dei bovini e dei suini. L’economia agraria insegna che puntare sulla monocoltura è un errore, salvo che a farlo non siano aziende sempre più grandi, infatti i grossissimi allevamenti, in primo luogo hanno costi di produzione più bassi in secondo luogo hanno spesso un potere contrattuale nei confronti degli industriali ben più pesante rispetto alla piccola azienda.

Prima che la pecora prendesse il sopravvento la Sardegna era esportatrice di bovini da carne e allevava tanti maiali, oggi siamo quasi completamente dipendenti dai suini che importiamo e anche con i vitelli non va molto meglio.

Mi rendo conto che cambiare abitudini e tradizioni è difficile, se l’allevamento della pecora ha i suoi problemi, anche gli altri settori non ne sono esenti, ma qualcosa bisogna pur fare se non vogliamo piangerci addosso o peggio ancora emigrare.

I signori industriali sanno già come reagire al cambiamento dei tempi, se loro sono pronti a cambiare terreno di gioco, dobbiamo esserlo anche noi se vogliamo che i nostri figli continuino a vivere qui.

Terzo. Ho notato che in questa protesta non ci sono sigle sindacali italiane e anche il vessillo del movimento Pastori Sardi è un po’ sottotraccia. Mi sembra un cambiamento importante, forse ci si sta rendendo conto che passata la protesta e le imminenti elezioni occorra trovare un elemento di rappresentanza della categoria in grado di sedersi ai tavoli istituzionali in modo paritario, ossia non deve essere il ministro o l’assessore di turno a scegliersi gli interlocutori, ma devono essere i sardi a decidere chi li rappresenta meglio come categoria, dove per categoria si deve intendere tutto il mondo agricolo sardo, pastori, allevatori, agricoltori, visto che in fondo hanno tutti gli stessi problemi.

Settorializzare le vertenze, visti i piccoli numeri del mondo agricolo sardo, significa perdere in partenza o alimentare guerre tra poveri.

Insomma ci vorrebbe ben altro al posto del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano, che solo il nome fa ribrezzo, ci vorrebbe una vera e propria Corona de Logu di tutto il mondo delle campagne sarde.

A.M.

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