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    "LiberaMente Silanus"

Al voto, tra retorica e demagogia.

Non è la prima volta e non sarà nemmeno l'ultima che, in prossimità delle elezioni, diverse categorie minacciano di non andare a votare. Fermo restando che astenersi dal voto è assolutamente normale e io stesso in diverse occasioni ho rinunciato al voto, quello che non capisco è il gesto plateale usato come arma di ricatto.
Non entro nel merito di nessuna di queste rivendicazioni, ma penso che utilizzare in questo modo le schede elettorali sia una maniera abbastanza qualunquistica e primordiale di intendere la democrazia.
Adoperare il voto in funzione del proprio tornaconto si è rivelato spesso un errore, in primo luogo perché si diventa facile strumento di chi in maniera spregiudicata cavalca la protesta, in secondo luogo perché nel breve lasso di tempo della campagna elettorale si potrebbero ottenere – in cambio del voto – solo vaghe promesse, destinate a dissolversi subito dopo le elezioni.

Emblematico il "Caso Sulcis" di qualche anno fa, dove a seguito delle promesse elettorali di Berlusconi, quasi tutti i comuni di quella provincia votarono per il centro-destra e poi sappiamo come andò a finire.

Per ogni vertenza esiste una genesi con dei responsabili a diversi livelli e delle possibili soluzioni.
Prima di fare qualsisi gesto più o meno simbolico bisognerebbe innanzitutto chiedersi se la rivendicazione è fondata, ossia: è giusto ciò che chiedo? E poi, se la prima condizione è soddisfatta: di chi è la responsabilità se ciò che mi spetta non mi viene riconosciuto? In terzo luogo: qual'è l'arma di pressione più indicata? Spesso e volentieri, nella disperazione che spesso accompagna le più che legittime attese delle categorie interessate, si tende a passare direttamente all'atto di pressione.

Eppure ci avevano insegnato che l'atto di pressione per antonomasia, in democrazia, è proprio il voto. Orbene, se è vero, come è vero, che ci sono categorie che attendono risposte dalla politica, sarebbe interessante chiedere a chi a questo giro non vuole votare, per chi hanno votato alle passate elezioni: comunali, regionali e nazionali e se coloro che hanno votato siano in qualche misura responsabili del loro stato di crisi.

Partendo dal dato inoppugnabile che nel bene o nel male chi sta al governo è il responsabile primo della mancata soluzione del problema, il voto sarebbe l'occasione giusta per sostituire chi, nell'espletamento del proprio mandato, non ha trovato le giuste soluzioni. Non andare a votare significa lasciare esattamente le cose come stanno.
Sarebbe drammaticamente ingenuo credere che in tre settimane la classe politica al governo, ormai impegnata in campagna elettorale, possa risolvere problemi accantonati da anni. Non è nemmeno serio e giusto addebitare a tutti, maggioranza di governo e sfidanti, le responsabilità pregresse, attribuendole a tutti indistintamente, poiché si ottiene l'effetto di considerare tutti colpevoli, assolvendo di fatto tutti.

Da qualche anno i governi regionale e nazionale sono di centro-sinistra, ergo se si volesse trovare nei governi la responsabilità delle mancate risposte, basterebbe votare per chi si propone in alternativa ad essi.
Di sicuro bisognerebbe diffidare da chi fino a poche settimane fa pretendeva un seggio sicuro per Roma e non avendolo ottenuto adesso perora il non-voto. Diffidare due volte, poiché non si capisce per quale arcano motivo certi problemi solo un mese fa non esistevano e si poteva tranquillamente andare a votare, mentre oggi, dopo il fallimento della trattativa elettorale con il partito al governo (PD), diventano dirimenti e si fa campagna contro il voto. Diffidare tre volte da chi politico e amministratore – eletto con il  voto – invita a disertare le elezioni, poiché evidentemente persegue un fine recondito nel farlo.

Per fortuna e per chi vuole, le alternative politiche all'attuale maggioranza esistono, c'è un esercito di candidati delle più disparate correnti politiche, se non piace il centro-sinistra, c'è la sinistra, c'è la destra, ci sono i grillini, la lega, i comunisti, casapound, non c'è che l'imbarazzo della scelta e le schede elettorali se proprio non volete andare ai seggi, potete tranquillamente e saggiamente tenerle nel cassetto.

In ogni caso ahinoi, votando o non votando, il peso elettorale dei sardi nel parlamento italiano è abbastanza modesto e con questa legge elettorale ancora di più. Tuttavia, la novità di queste elezioni è che si presenta al voto una forza politica nuova, costituita in Sardegna da sardi, senza l'imprimatur delle segreterie di partito italiane, con l'obiettivo di superare gli sbarramenti imposti dalla legge elettorale e accedere al parlamento senza chiedere il favore agli schieramenti italiani.
Si chiama Progetto AutodetermiNatzione. Anche il simbolo è nuovo, lo scarabeo, un insetto tanto utile quanto misconosciuto, importante fin dalla notte dei tempi perché trasforma i rifiuti in fertilità, che poi sarebbe quello di cui abbiamo bisogno, specialmente in politica.

Dunque se credete che la scheda elettorale sia un efficacie strumento di pressione usatela per votare e non date retta a chi vi considera incapaci di decidere autonomamente.

Anghelu Morittu

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