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    "LiberaMente Silanus"

2018. Sfida all’Europa.

Celebrate le elezioni in Catalogna, elezioni che secondo gli intendimenti del governo spagnolo dovevano "normalizzare" e "sterilizzare" le spinte indipendentiste catalane, se non siete filo ispanici e/o completamente dipendenti dai mass-media italiani, dovrete ammettere che adesso la situazione è nettamente più complicata e che il processo costituente catalano è ormai irreversibile.

Il governo spagnolo le ha tentate tutte: ho chiuso siti web, incarcerato leader politici, commissariato e costretto alla fuga mezzo governo democraticamente eletto, militarizzato gli organi di stampa, costretto al trasferimento centinaia di aziende, impedito la propaganda elettorale indipendentista, mentre con la martellante e costosissima propaganda governativa ha costretto tutti ad andare a votare, specialmente quella famosa "maggioranza silenziosa" unionista che credeva di avere dalla sua parte.

Niente da fare, il partito del premier ha preso solo 4 seggi su 135, che insieme ai socialisti e al partito dei cittadini, si ferma al 43%. Il premier pare intenzionato a conferire l'incarico al partito dei cittadini – Ciudadanos – in quanto partito più votato, ma un governo di minoranza non potrà mai avere la fiducia, sarebbe infatti abbastanza ingenuo contare sull'appoggio di Podemos che pur non essendo schierato con gli indipendentisti è da sempre un feroce avversario del governo Rajoy.

Un boccone amaro da mandar giù, tanto che in queste ore si sta procedendo da una parte al ritiro dei ventimila poliziotti dislocati da tre mesi in Catalogna e dall’altra con una nuova recrudescenza di terrorismo giudiziario contro gli indipendentisti. Ancora più interessante spiegare ai "legalisti" europei e nostrani quanto sia lecito aver imposto militarmente a capo delle regione-nazione catalana una certa Soraya Sáenz de Santamaría, leader del Partito Popolare Spagnolo, partito che in Catalogna ha preso il 3% scarso dei voti. Inutile girarci intorno, la maggioranza dei catalani vuole la repubblica, è una scelta democratica, di libertà e al passo coi tempi, contrapposta nettamente alla nobiltà spagnola e ai suoi metodi franchisti, mai aboliti, lo abbiamo visto tutti. Lo abbiamo visto tutti con i nostri occhi e con i moderni mezzi di comunicazione, ma non l'hanno visto i nostri giornalisti che hanno cercato di propinarci una realtà dei fatti completamente diversa da quella che stava sotto i loro occhi.

Normale che sia così, quando i giornalisti sono a libro paga della politica questi racconteranno solo ciò che vogliono il loro padroni. Il grafico della composizione parlamentaria parla chiaro, gli unionisti sono in netta minoranza, mentre Podemos, se non potrà essere schierato con gli indipendentisti, lo sarà ancora meno con gli altri. Veramente ributtante che organi di stampa italiani definiti una volta progressisti, insieme ai loro partiti di riferimento, si siano schierati nettamente a favore del conservatorismo fascista spagnolo, con la monarchia, con uno dei partiti più corrotti e retrogradi d'Europa, con la repressione poliziesca di cittadini inermi e pacifici.

Che gli stati nazionali centralistici e totalizzanti siano in crisi e che non possano durare ancora secoli è certo, sono diventati col tempo uno strumento costoso e inefficiente, preda delle oligarchie dominanti, totalmente inadatto a dare risposta alle istanze dei cittadini e delle libere imprese. La loro messa in discussione non ha innescato un circolo virtuoso di revisione, ma ha provocato solo la reazione violenta dello stato. Si sa, chi alza le mani è sempre colui che non ha argomenti validi per difendere le proprie ragioni. Quello che sta succedendo in Spagna è il prodromo di quello che potrebbe succedere in molte altre periferie d'Europa.

Quando uno stato non è in grado di gestire adeguatamente i bisogni dei suoi distretti più lontani è giusto che questi, se ne hanno la volontà, possano andare per conto loro. Il comunitarismo imposto coi manganelli, il "vogliamoci bene" con le buone o con le cattive, è fascismo, anche quando usa una costituzione come feticcio.

Diceva l'altra sera un giornalista della RAI: "ma allora se i sardi un giorno decidessero di staccarsi dall'Italia, li lasciamo fare"? Alludendo al fatto che essendo sottomessi alla costituzione e all'indivisibilità dello stato, l'Italia abbia il diritto di reprimere anche con la forza l'indipendenza della Sardegna. Potrebbe quindi succedere anche in Sardegna, quel giorno in cui, ancora remoto, maturerà la consapevolezza che per rapportarci col mondo non abbiamo più bisogno di mediare le nostre istanze col governo romano. Soluzioni negoziate pare non siano gradite dall'Europa, se non nell'ottica di espansione della sua area d'influenza, ma non all'interno dei suoi stati costitutivi, che vivrebbero questo come una menomazione del loro peso in Europa.

In tutto questo blocco di potere – cristallizzato e ingessato – che vede i cittadini come sudditi e numeri da negoziare al mercato delle vacche, sarà sempre più aperto il conflitto tra classe politica e cittadini. verranno ancora una volta evocati gli spettri del populismo e dell'anti-politica, che ormai giustifica tutto, anche la violenza contro i cittadini. Se non cambia questa classe politica vecchia e ottusa, che usa la forza cieca della legge al posto degli argomenti della ragione, vedremo altri giorni neri anche in quei paesi che ancora definiamo democratici.

Il 2018, centenario della fine della prima guerra mondiale sarà cruciale per capire dove vorrà andare l’Europa, abbiamo tutti bisogno di augurarci un anno migliore di quello appena trascorso.

A.M.

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